The Passenger (Iggy Pop): un viaggio e una storia d’amicizia

The Passenger di Iggy Pop non è solo una canzone, è un viaggio fatto di contrasti, di dicotomie; è anche la storia di una amicizia fra due artisti eccezionali: Iggy Pop e david Bowie. Un pezzo semplice in apparenza ma sempre più complesso man mano che lo si ascolta e lo si capisce.

Siamo nel 1977 quando esce Lust for Life, album fondamentale per Iggy Pop, non soltanto musicalmente: la sua vita scorre nel segno di una continua lotta fra la voglia di vivere e un irrefrenabile istinto autodistruttivo che lo porta alla dipendenza di eroina, barbiturici e Quaalude.

Nel 1977 però Iggy Pop ha già lasciato gli States per andare a vivere a Berlino assieme ad un personaggio fondamentale per la sua sopravvivenza: David Bowie.

L’Iguana e il Duca sono differenti in quasi tutto: Bowie molto più ricercato e sperimentatore, Iggy Pop diretto e distruttivo, punk ante litteram. Ma David ha deciso di prendersi cura dell’amico, conosciuto anni prima a New York, e nel farlo in fondo, oltre a salvare Iggy, salva anche un po se stesso.

Il periodo berlinese offre ai due cantanti occasione di enorme creatività e produttività, regalando alla storia del Rock album fondamentali, figli di un profondo cambiamento che entrambi stanno attraversando. Bowie, in cerca della maturità artistica definitiva, abbandona la vecchia immagine fatta di lustrini e paiettes. Iggy Pop dal canto suo deve superare la divisione dagli Stooges e viene convinto dall’amico al passo solista.

Il risultato sono due album che escono in un brevissimo lasso di tempo: The Idiot e, appunto Lust for Life . Quest’ultimo, dalle tonalità garage, viene ultimato in soli 8 giorni in cui la creatività dell’Iguana viene guidata dall’amico che partecipa in maniera attiva alla realizzazione dell’album (Iggy Pop ricambierà ai cori di Low)

E’ in questa atmosfera di creatività comune, di di sessioni ininterrotte in studio che nasce The Passenger.

Il testo di Iggy Pop parla di un viaggio, del contrasto fra la folla della città attorno e la solitudine dentro, di una vita che si ripete. Come detto, è una canzone dicotomica, in cui ad una apparente allegria si sostituisce una sensazione di inquietudine che si fa largo quando l’ascolto si fa attento.

Il brano sembra essenzialmente ripetitivo perché così sono le linee generali, in cui, tuttavia, si inseriscono leggere variazioni musicali e canore. Il bello in fondo è anche questo, ascolti aspettandoti qualcosa e arriva l’inatteso.

Quattro accordi che iniziano in levare e che si ripetono con la sola variazione dell’ultimo (Am-F-C-G /Am-F-C-E); una linea di basso che rimarca la ritmica distintamente.; un riff intuitivo e riconoscibilissimo, con note funky che accompagna la voce altrettanto riconoscibile dell’Iguana.

Sul ritornelli arriva la seconda voce, più acuta, di Bowie che impreziosisce il lavoro con i cori. Anche in questo, la canzone si ripete quasi uguale, pur con leggere variazioni che la rendono asimmetrica e stimolante: seconda strofa, Bowie raddoppia la voce di Pop sul “We’ll see the bright and hollow sky”. E’ un bell’effetto, e rimarrà unico visto che non ci saranno altri cori al di fuori dei ritornelli. Ascolti il pezzo e aspetti che la voce di Bowie raddoppi nuovamente in una strofa, succede anche alla centesima volta che ascolti: lo aspetti anche se sai perfettamente che non accadrà.

Questo è un pezzo che, nella apparente semplicità, ha l’incredibile caratteristica di non stancare mai; puoi metterlo in loop ed ascoltarlo senza sosta, non capiterà mai quella sensazione sgradevole che si ha quando un brano, anche di quelli che amiamo, è ormai andato in overexposure: sali in auto e lo fai partire, nulla di meglio come abbinamento.

Il pezzo verrà successivamente più volte coverizzato, per esempio nel 1987 da Siouxsie and the Banshees, ma personalmente amerò sempre il fascino profondo della versione originale.

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