I 10 album fondamentali del grunge (per me)

Era il 19 marzo 1990, quando Andrew Wood, cantante dei Mother Love Bone, moriva per overdose.

Questo fatto, di per se tragico, ha costituito un nodo fondamentale per l’evoluzione planetaria del Grunge.

Da quel 1990, il Seattle sound avrebbe costituito una vera e propria rivoluzione musicale per una intera generazione che, per niente affascinata da lacca e lustrini del rock di derivazione anni ottanta, stava cercando qualsoca di più concreto e disillusao in cui rispecchiarsi.

Insomma, il grunge, piaccia o meno, rappresenta uno dei movimenti musicali e culturali di un intero decennio e, con esso, di una intera generazione. La mia.

Ecco perché, per chi l’ha vissuto, ma anche per chi non c’era e vorrebbe approcciarsi al grunge, indico quelli che, per me, sono i 10 album essenziali di questo genere.

Ovviamente l’elenco è del tutto soggettivo e molti, anche più competenti, potrebbero indicare titoli differenti.

Gli album che seguono non hanno un ordine preciso: non sono in ordine di uscita, o di importanza. Diciamo che sono in ordine di ricordo.

Nirvana – Nevermind (1991)

Sul primo titolo direi nessuna sopresa. Nevermind dei nirvana è l’album che, per eccellenza, ha diffuso il grunge nel mondo.

Certamente, il rovescio della medaglie è che probabilmente è anche l’album più inflazionato dell’intero genere musicale.

Rimane però, almeno per me, un capolavoro: un album fondamentale che, ancora oggi, si lascia ascoltare d’un fiato, senza salti.

Impossibile dire qualcosa su nevermind che non sia già stato detto, quindi meglio non aggiungere altro.

Pearl Jam – Ten (1991)

Anche sul secondo poca fantasia. Persi troppo presto i nirvana per la tragica fine di Kurt Cobain, i Pearl jam rappresentano certamente uno se non IL mio gruppo fondamentale.

Per la loro nascita è decisiva la morte di Wood come chiunque abbia anche solo vagamente sentito parlare di grunge sa: Stone Gossard e Jeff Ament, chitarra e basso dei MLB, costituiscono l’ossatura anche dei Pearl Jam che, dopo il progetto Temple Of The Dog, acquisi anche la partecipazione fondamentale di Eddie Vedder (ma ci torneremo).

Ten, il loro album di debutto, è propbabilmente uno dei migliori prodotti dalla band e, a mio avviso, uno dei migliori album di debutto in assoluto 8ma sono di parte.

la badn per lungo tempo riufiutò il mondo mainstream, basti pensare che Black, uno dei pezzi fondamentali, meglio costruiti e più noti dell’album, non venne mai pubblicato come singolo.

Soundgarden – Badmotorfinger (1991)

Dopo aver ricordato Nirvana e Pearl jam, non avrei potuto mettere altro che i Soundgarden.

Inizialmente forse più di nicchia rispetto al successo planetario delle altre due band, dallo stile più derivante dal lato metal del grunge e per questo anche più oscuro, i Soundgarden potevano contare su una delle voci più belle della scena di Seattlte: Chris Cornell.

Nel 1991 i Soundgarden lavoravano insieme già da sette anni e avevano all’attivo già due album.  Fu con Badmotorfinger però che l’onda grunge travolse anche loro.

Mother Love Bone – Apple (1990)

Apple è il primo e unico album dei MLB visto che Wood è morto prima dell’uscita dell’abum, lasciandoci con un assaggio di ciò che il gruppo avrebbe potuto essere e 8involontariamente) dando il via a molto di quello che è stato il Seattle Sound

Stone Temple Pilots – Core (1992)

Core è l’album di debutto degli STP e decisamente anche quello dal suono più grunge. In quegli anni qualsiasi cosa veniva prodotta a Seattle veniva assorbita dal mercato discografico perennemente assetatao dalla novità e alla ricerca del nuovo Nevermind. Gli STP  non fecero differenza e, pur con qualche critica di chi li vedeva solo come l’ennesimo tentativo di gruppo clone, fecero uscire un album, forse acerbo, ma decisamente bello, con singoli di successo come Creep o Plush. Immancabili in una raccolta grunge.

Alice In Chains – Facelift (1990)

Fra le band grunge, una di quelle dall’influsso più marcatamente metal e, peraltro, una delle prime in assoluto ad essere conosciuta a livello planetario, ancor prima dell’esplosione di Nevermind.

Facelift è, anche nel caso degli AIC, l’album di debutto che la band ha voluto dedicare alla morte di Wood. La scena di Seattle era del resto molto fluida; le band si conoscevano tutte, si trovavano spesso e coltivavano rapporti personali, anche d’amicizia, che hanno portato anche alla creazione di una influenza artistica comune, in fin dei conti  base stessa del grunge.

Il singolo Mand in the Box fu il primo il cuio video venne inserito in heavy rotation da MTV, garantendo alla band un buon successo e, soprattutto, permettendo al grunge di uscire dall’ambiente meramente underground di Seattle .

 

Screaming Trees – Uncle Anesthesia (1991)

Gli ST si formano ben prima dell’esplosione grunge, sempre nel nord-ovest raprpesentato dallo Stato di Washington. Uncle Anesthesia è però il loro primo album con una major e che riprende molto da vicino le sonorità tipicamente grunge, pur se con qualche influsso derivante dalla scena psyco- west coast anni 60.  Non è il loro lavoro più conosciuto, ma è quello che ascolto piu volentieri.

Temple Of The Dog – Temple Of The Dog (1991)

Con i TOTD entriamo nel mondo dei supergruppi. Eviterò qui di scrivere la storia di questo progetto, di come il tutto sia nato come tributo a Wood, di come si sia poi arrivati ai Pearl jam, semplicemente perchè ne ho gia scritto qui,  resta comunque il fatto che per , a mio modestissimo avviso, stiamo parlando di un capolavoro assoluto.

Basta leggere la formazione per far venire la pelle d’oca:  Chris Cornell (voce); Eddie Vedder (voce in Hunger strike e cori), Stone Gossard (chitarra) Mike McCready, (chitarra), Jeff Ament (basso), Matt Cameron (batteria).

Immancabili come pezzi da citare, Say Hello 2 Heaven, ballads dedicata a Wood e, ovviamente, Hunger Strike, in cui le voci di Cornell e Vedder assieme creano un momento da brividi.

Mad Season – Above (1995)

Anche con i MS siamo nel mondo dei supergruppi. Above, purtroppo unico loro album, ci regala pezzi stupendi, musicalmente e sotto il punto di vista dei pezzi.

Anche in questo caso per una lettura ulteriose su Above, rimando all’articolo che ho scritto qualche tempo fa sul gruppo.

Semplicemente immancabile.

Singles Original Sounsdtrack (1992)

Ero obiettivamente un po indeciso se mettere o meno “Singles”, la colonna sonora dell’omonimo film in questa lista: in fondo non è ne un album di un gruppo, ne un progetto con pezzi originali. A maggiro ragione perchè di album da inserire in una lista di grunge ce ne sarebbero ancora tantissimi: basti pensare, per esempio, ad altri lavori dei Pearl Jam (come Vs.) o dei Soundgarden. Oppure Gish, album di debutto degli Smashing Pumpkins.

Alla fine però ho pensato che la colonna sonora di quello che ad oggi rimane l’unico film ritrovatosi suo malgrado a divenire “manifesto grunge”, non potesse non essere inserito. Anche in questo caso ho gia scritto un articolo sul film e sulla colonna sonora a cui rimando chi dovesse essere interessato; per il resto, album tutto da asscoltare.

 

 

 

 

 

 

 

Singles: i 25 anni del film manifesto Grunge

Il 2017 è il 25° anniversario dall’uscita del film “Singles, l’amore è un gioco”, diventato manifesto Grunge. Per l’occasione è stata prodotta una versione commemorativa della Soundtrack in versione deluxe, anche in vinile.

Se hai iniziato a leggere questo post perché sai cosa sia Singles e magari hai ancora nella tesa il concerto di Eddie Vedder a Firenze probabilmente stai pensando la stessa cosa che ho pensato io: già 25 anni?! cavoli sto diventando vecchio!

Altrimenti è il momento di saperne di più su questo film.

Singles è un film del 1992 (e fin qui nessuna notizia sconvolgente…25° anniversario nel 2017), diretto da Cameron Crowe, con Bridget Fonda, Campbell Scott, Kyra Sedgwick, Matt Dillon, presentato in Italia con il sottotitolo “l’amore è un gioco” (io mi chiedo….ma perché ?).

In ogni caso la trama di per se non è sconvolgente né memorabile: parla essenzialmente di vari intrecci amorosi, per lo più di due coppie e del loro gruppo di amici; niente che non avremmo visto di li a breve in Friends. Nel complesso quindi un film piacevole, a tratti simpatico, ma non certo tale da giustificare una qualche ricorrenza per il 25° anniversario dalla uscita.

Questo film però ha una particolarità che lo rende unico: come detto l’anno è il 1992 e, cosa ancora più significativa, il tutto è ambientato a Seattle, a dimostrazione che la città esisteva ben prima di diventare famosa per il Seattle Gray.

Quindi? Quindi in quel momento a Seattle stava esplodendo il Grunge e questo film ne è intriso dalla prima all’ultima scena.

Nevermind era uscito da pochi mesi e aveva fatto conoscere l’onda del Seattle Sound al mondo e la città era tutto un fermento di band che tentavano di sfondare, concerti in locali improponibili e giovani che si erano fatti conquistare dal Grunge come suono in grado di diventare colonna sonora immanente del proprio disagio, trasformandolo da genere musicale a vero e proprio movimento culturale.

Il film racconta anche tutto questo, e lo fa coscientemente, dando alla musica un ruolo da protagonista: uno dei protagonisti, Cliff Poncier (Matt Dillon) è (guarda caso) il cantante di un gruppo Grunge alla perenne ricerca di fortuna. Parlando del suo gruppo poi occorre aprire il secondo aspetto Grunge del film, i cameo. Il film infatti è costellato di apparizioni dei protagonisti della scena musicale cittadina. Il batterista del gruppo di Dillon è infatti interpretato da Eddie Vedder. All’interno del film troviamo anche Chris Cornell e Layne Staley. Insomma guardare questo film è un po come fare un tour nella Seattle musicale di inizi novanta e, diciamoci la verità, chi non vorrebbe farlo un tour del genere.

Poi c’è la cosa più importante: una colonna sonora pazzesca, ovviamente in gran parte sorretta dalla scena Grunge (Alice in Chains, Pearl Jam, Soundgarden, Mother Love Bone, Screaming Trees ), impreziosita da innesti significativi (The Smashing Pumpkins e Jimi Hendrix su tutti), oltre ad una serie di pezzi scritti da Chris Cornell appositamente per l’occasione.

Il Grunge, all’epoca ancora all’inizio della propria storia, ha poi finito per essere la colonna sonora di una intera generazione e, per certi versi incredibilmente, questo film, trascendendo ogni significato originariamente attribuibile alla trama, proprio grazie al ruolo della musica, ha superato i propri limiti finendo per diventarne il manifesto e, in qualche modo il simbolo della generazione stessa.

In conclusione, un film che, prescindendo dalla trama, devi vedere e (soprattutto) una colonna sonora fantastica che devi avere.

Per l’occasione è stata prodotta una versione commemorativa della Sountrack in versione deluxe, anche in vinile.

Singles Soundtrack (Deluxe Edition) CD Tracklist:
Disc 1:
01. Alice in Chains – Would?
02. Pearl Jam – Breath
03. Chris Cornell – Seasons
04. Paul Westerberg – Dyslexic Heart
05. The Lovemongers – Battle of Evermore
06. Mother Love Bone – Chloe Dancer / Crown of Thorns
07. Soundgarden – Birth Ritual
08. Pearl Jam – State of Love and Trust
09. Mudhoney – Overblown
10. Paul Westerberg – Waiting for Somebody
11. Jimi Hendrix – May This Be Love
12. Screaming Trees – Nearly Lost You
13. The Smashing Pumpkins – Drown

Disc 2:
01. Citizen Dick – Touch Me I’m Dick
02. Chris Cornell – Nowhere But You
03. Chris Cornell- Spoonman
04. Chris Cornell – Flutter Girl
05. Chris Cornell – Missing
06. Alice in Chains – Would?
07. Alice in Chains – It Ain’t Like That
08. Soundgarden – Birth Ritual
09. Paul Westerberg – Dyslexic Heart
10. Paul Westerberg – Waiting for Somebody
11. Mudhoney – Overblown
12. Truly – Heart and Lungs
13. Blood Circus – Six Foot Under
14. Mike McCready – Singles Blues 1
15. Paul Westerberg – Blue Heart
16. Paul Westerberg – Lost in Emily’s Woods
17. Chris Cornell – Ferry Boat #3
18. Chris Cornell – Score Piece #4

EDDIE VEDDER, cause world need heroes (scaletta ed emozioni del Concerto di Firenze)

Ci sono giornate no, dure da digerire come una scatola di chiodi, in cui ti senti fuori posto ovunque, in cui speri di no, ma dentro sai che hai fatto l’ennesima scelta sbagliata, sull’ennesima persona che ti ha lasciato di sasso.

E poi c’è la musica, potente catalizzatore di tutto il tuo mondo.

Andare ad un concerto di Eddie Veddere, che sia accompagnato dai suoi Pearl Jam o da solo, è sempre una emozione particolare perché, si sappia, Eddie Vedder non è un cantante: è un supereroe della Marvel, un Avanger col potere di farti credere che, forse, un mondo migliore ancora può esistere.

Prima del frontman dei PJ sale sul palco Glen Hansard, dublinese che, anche volendo, non sarebbe potuto essere più irlandese di così, sia nel fenotipo, che nelle atmosfere. Con lui i 50.000 dell’arena entrano in una atmosfera intimista, simile ad una serata in Temple Street. Ma è bravo e la gente lo segue, riscaldandosi per la portata principale.

Alle 22.45 (orario insolito…a quanto pare dovuto alla concomitanza del concerto con la festa patronale fiorentina….e quindi? mah!) finalmente sale sul palco Eddie Vedder. Personaggio complesso, anche lui ha i suoi fantasmi da portare dietro e lo fa caricando di passione e di emozione il concerto.

Il timore che rumoreggiava fra alcune nel pubblico, ossia che la formula in solitario chitarra e voce  si adattasse male al concerto da festival estivo e fosse da preferire in ambienti più ristretti, svanisce fin dalle prime note.

Sul palco c’ lui solo, le sue chitarre e la sua voce e l’effetto è estremamente coinvolgente. Sei li, in mezzo alla folla, ma hai quasi l’impressione di essere con un gruppo di amici e qualche birra in un prato, o in spiaggia: uno tira fuori la chitarra ed inizia  cantare e gli altri gli vanno dietro. Solo che qui l’amico che canta è Eddie e gli altri sono una folla oceanica che riempie l’arena.

La scaletta si regge principalmente su pezzi dei PJ, con l’innesto dei sui brani da solista, primi fra tutti quelli inseriti nella soundtrack di “Into the wild” di e alcune cover di Neil Young (fra cui l’immancabile Rockin’ in the free world), dei Pink Floyd (Brain damage e Comfortably numb) e una versione stupenda di Imagine di  John Lennon cantata assieme al pubblico.

Eddie ha alternato grande energia e situazioni quasi epiche (come quando è sceso fra il pubblico ed ha iniziato a cantare sorretto dalla folla) a momenti delicati, quasi commoventi. Senza dubbio uno di questi è stata la versione proposta di Black terminata sussurrando in ripetizione le parole “come back” e trattenendo a stento le lacrime, senza riuscire a ripetere per l’ultima volta le parole, generando una ondata di emozione generale.

Per gli ultimi pezzi risale sul palco Glen Hansard e insieme duettano in maniera estremamente coinvolgente.

E’ per questo che Eddie, in fondo, è un supereroe: quando canta trasmette empatia come pochi; sei in mezzo a decine di migliaia di persone ma ti senti ad un raduno fra pochi amici, ammesso per benevolenza alla setta dei poeti estinti, assapori i momenti di poesia in musica che offre. Ad un suo concerto salti, batti le mani, canti, tutto con la sensazione inspiegabile di essere speciale solo per il fatto di essere li; te ne vai con la consapevolezza che hai assistito a qualcosa di bello che scaverà ancora dentro di te.

Per fortuna ogni tanto si incrocia un eroe, e il mondo ne ha un gran bisogno.

 

SCALEETTA

  1. Elderly Woman Behind the Counter in a Small Town
  2. Wishlist
  3. Immortality
  4. Trouble (cover di Cat Stevens)
  5. Brain damage (cover dei Pink Floyd)
  6. Sometimes
  7. I am mine
  8. Can’t keep
  9. Sleeping by myself
  10. Setting forth
  11. Guaranteed
  12. Rise
  13. The needle and the damage done (cover di Neil Young
  14. Unthought known
  15. Black
  16. Porch
  17. Comfortably numb (cover dei Pink Floyd)
  18. Imagine (cover di John Lennon)
  19. Better man
  20. Last kiss (cover di Wayne Cochran)
  21. Falling slowly (cover degli Swell Season)
  22. Song of good hope (cover di Glen Hansard)
  23. Society (cover di Jerry Hannan)
  24. Smile
  25. Rockin’ in the free world (cover di Neil Young)
  26. Hard sun

Say hello to heaven Chris Cornell

Aprire distrattamente il cellulare e leggere una notizia che non ti aspettavi, che non avresti mai voluto leggere: anche Chris Cornell ci ha lasciati. Troppo presto.

Per chi, come me, nato alla fine degli anni ’70, era in piena adolescenza durante l’ esplosione del Grunge, questa non può essere una notizia come tante. Certo il Seattle sound ci ha abituati a piangere i suoi eroi, troppo spesso vissuti velocemente e morti velocemente, come tanti Achille del Rock.

Troppo spesso ci siamo consolati ascoltando i loro capolavori, o le canzoni dedicate da qualche super gruppo tributo, come i Temple of the Dog di cui ho avuto già modo di scrivere qui.

Chris non è il primo: fin dalle origini Andrew Wood, Kurt, Layne Staley, tutte stelle spente troppo presto. Ora ci ha lasciati una delle voci più belle e peculiari del Grunge e in generale del Rock, e con lui se n’è andato un altro pezzo della nostra adolescenza, dei nostri sogni, di noi:  ad esempio svanisce un po, diradandosi,  quella sera, passata a cantare con gli amici per strada, con una chitarra, discutendo di quale fosse il gruppo migliore, o quella volta in cui  per vedere un concerto abbiamo guidato tutta la notte o  dormito per terra alla stazione di Milano. Le birre con gli amici, il momento in cui ancora non avevi mai indossato una cravatta e l’unica seconda pelle che avevamo, al massimo, era un t-shirt con il sorriso ubriaco e la scritta Nirvana.

E mentre certe cose spariscono, altre si concretizzano: ora sai che non vedrai più quel concerto dei Temple of The Dog a cui tanto avresti voluto assistere, che non ci sarà più un nuovo albun dei Sound Garden che ti fa pensare che in fondo ancora spaccano.

Soprattutto ti rendi conto, una volta di più, che la vita alla fine è questo: pezzi del tuo passato che man mano ti lasciano segnando il conto dei tuoi giorni che passano.

Supereremo anche questa, con le cuffie per ascoltare quelle canzoni ancora una volta, con una chitarra o un basso per suonarle di nuovo, consumando i vinili, ricordando chi eravamo e chi, in fondo, un po siamo ancora. Perché alla fine, anche se tante cose ci abbandonano, qualcosa di loro rimarrà sempre in ciascuno di noi e sapere che quei frammenti esistono e accomunano tanti di noi, un po aiuta.

Chriss Cornell ha cantato una infinità di canzoni meravigliose, ma in questo momento mi sento di salutarlo con quella che lui scelse per salutare il sui amico Andrew.

Say Hello to Eaven, Chyris

  1. Leggi tutto “Say hello to heaven Chris Cornell”

Mad Season, il “supergruppo” Grunge

Quando si parla di “supergruppi” e di Grunge una menzione d’obbligo va fatta anche per i Mad Season.

Quell’alchimia particolare creata dall’incrocio fra un periodo, i primi anni novanta, ed una città, Seattle ha regalato alla storia del rock una delle sue espressioni più peculiari. Ok, che tenga particolarmente al Grunge ormai si è capito.

Non è però solo una questione musicale, di sonorità. Ciò che forse più di ogni altra cosa attrae del Seattle sound è l’atmosfera, il legame, quasi il senso di appartenenza dei musicisti che ne hanno determinato la storia e le fortune.

Forse proprio perché Seattle è una città abbastanza isolata, i gruppi ed i musicisti sono maturati in un ecosistema misto e chiuso, fatto di relazioni, di progetti condivisi e di “supergruppi”. Uno di cui vi ho già detto in questo post sono i Temple of the Dog. 

Altro esempio iconico è rappresentato dai Mad Season. 

Il tutto nasce, come spesso in storie come questa, dall’incontro casuale di due musicisti, tanto diversi nella storia personale, quanto simili nei tratti musicali che esprimono: Mike Mc Cready, chitarra solista nei Pearl Jam (si, quando c’è una bella storia di Grunge i Pearl Jam in qualche modo c’entrano sempre) e di un bassista allora semi-sconosciuto nativo di Chicago, John Philip Saunders.

L’incontro avviene in un centro per la riabilitazione di alcolisti e tossicodipendenti (anche questo non è esattamente un aspetto di novità nella storia del Rock) a Minneapolis, e quale miglior terapia che buttarsi in jam sessions improvvisate.

In breve venne coinvolto l’amico comune e membro di un’altro gruppo fondante del movimento di Seattle,  Layne Staley degli Alice in Chains. Ultimi ad essere inseriti nel progetto furono il batterista ed il leader  degli Screaming Trees , Barrett Martin e Mark Lanegan.

Il “supergruppo” venne da prima “ironicamente” (ma neanche troppo viste le abitudini dei membri) chiamato  Drugs Addicts And Alcoholics , quindi Gacey Bunch ed infine Mad Season. L’idea era quella di suonare un po in giro, specialmente nei locali della città, primo fra tutti il Crocodile Cafè, famoso locale gestito dalla moglie di Peter Buck dei R.e.m., senza il progetto concreto di trarne nulla di che, solo per il gusto di fare.

Ma eravamo già alla metà degli anni 90, il Grunge era esploso nel mondo e le case discografiche erano alla continua ricerca di nuovi progetti da sponsorizzare. Un gruppo formato da nomi come i componenti dei Mad Season non poteva certo sfuggire alle Major.  La  Columbia infatti offre loro un contratto per un disco, Above, che uscirà nell’aprile del 1995.

Il disco, la musica insieme, diventano così la terapia di gruppo in cui infilare tutte le contraddizioni e i fantasmi che li permeavano. La cosa è evidente già col primo singolo,  Wake Up, ballata lenta perfettamente armonizzata dalla peculiare voce di Layne Staley.

River of Deceit, traccia numero tre, è un’altra ballata di estrema bellezza e delicatezza, anche se infusa da un sottofondo di tristezza, quasi disperazione,  in cui il gruppo fonde la propria esperienza Grunge con i tratti tipici del rock anni 70.

La parte energetica dell’album è assicurata da tre pezzi in cui i tratti Grunge discendenti dall’hard rock sono più marcati : I’m Above, Artificial Red e Lifeless Dead. Quest’ultimo pezzo in particolare miscela un riff di memoria vagamente (neanche troppo)  “sabbathiana” ad una parte ritmica e lirica molto vicina agli esordi degli Alice.

I don’t know anything è un altro pezzo dai contorni tipicamente Grunge, fortemente caratterizzato dalla vocalità di Layne Staley e da una ritmica costante, quasi ipnotica.

Pezzo peculiarissimo invece è Long Gone Day. Ritmica morbida, assicurata da un giro di basso leggero ma persistente, xilofono e tonalità quasi caraibiche, il tutto in una lirica talvolta sussurrata, altre volte urlata, accompagnata da picchi di sax caldo.

Above, album caratterizzato da pezzi buoni, alcuni veri e propri capolavori, rimarrà purtroppo un’opera unica.

Da prima gli impegni dei vari componenti con i rispettivi gruppi di origine ha reso impossibile la prosecuzione dell’esperienza.

Baker morirà di overdose nel 1999 e a tre anni di distanza anche Staley lo seguirà. Tutti per colpa di quello stile di vita che, in fondo li ha da sempre accomunati e fatti incontrare, così che ciò che ha creato questo stupendo album, l’elemento catalizzatore di tutto, è anche il motivo ultimo per cui rimarrà unico.

Foo Fighters: concerto live su facebook e tour

I Foo Fighters continuano ad esaltare i propri fans con eventi mediatici e concerti pazzeschi. Così ieri sul loro account ufficiale su facebook circa 50.000 fan hanno potuto assistere ad uno splendido concerto grazie ad una diretta live di più di 2h e mezza.

La cosa era stata annunciata sui social come evento segreto e si è concretizzato nella tarda serata di ieri con l’annuncio della imminente diretta.

Il concerto si è tenuto a Frome, nel Somerset ; 24 pezzi, dagli storici alle novità di Sonic Highways, lo stupendo concept album registrato dalla band in diversi studi americani, ripercorrendo la storia della musica statunitense ed i luoghi che la hanno segnata maggiormente.

Fan in delirio in tutto il mondo, commenti entusiasti da chi, collegato dall’Australia, ringraziava il gruppo perché svegliarsi e iniziare la giornata con un loro concerto è il massimo (come dare torto..), a chi seguiva il concerto dal proprio letto. Insomma i Foo Fighters continuano a fare cose buone …

Chiusura con la immancabile Everlong dopo piu di due ore e mezza di musica devastante e l’annuncio di una prossima data il 24 giugno a Glastonbury.

Dave & Co. hanno anche lasciato una dedica ai tanti fan che hanno seguito la loro diretta

 

 

Vi siete persi il concerto?

nessun problema…eccolo qui

Aspettiamo fiduciosi le novità sulle date italiane

 

 

 

1997:cosa accadeva 20 anni fa?

 

 

Stamani facciamo un gioco: torniamo indietro di 20 anni tondi tondi per ributtarci nel 1997: cosa accadeva esattamente 20 anni fa?

Tanto per immergersi nell’atmosfera, in quell’anno … Bill Clinton iniziava il proprio secondo mandato come POTUS, nasceva Google, nei cinema venivamo ammorbati dalle vicende di Jack e Rose durante l’affondamento del Titanic (e quel che è peggio dalla colonna sonora di quel film), la Juventus vinceva il 24° scudetto…io ero alle superiori…insomma volete mettere…

Il 97 però va ricordato anche per l’uscita di alcuni album decisamente significativi del panorama rock, in particolare grunge e alternative….facciamo una rapida carrellata (ovviamente del tutto personale).

I Radiohead facevano uscire il loro terzo album in studio, OK Computer, per molti il miglior loro album di sempre: un album particolare, certamente non semplice o immediato, stratificato in un certo senso. In ogni caso decisamente un capolavoro. L’album arriva al grande pubblico soprattutto grazie al video di Karma Police, presente in heavy rotation su MTV. Interessanti anche i video di No Surprises e Paranoid Android (il mio preferito).

I Foo Fighters uscivano con The Colour And The Shape. 2° lavoro della band di Dave Grohl da cui era già facile immaginare che razza di gruppo sarebbero diventati..cosa dire  di The Colour…bello, gran ritmo, canzoni che rimangono e video deliranti. Impossibile dire quale sia il pezzo migliore…solo per ricordare i più famosi citerei Monkey Wrench, My Hero, Walking After You, e Everlong.

I Whiskeytown  producevano Strangers Almanac, anche per loro 2° album. Ok, qui la domanda potrebbe essere… i Whiskeytown? In effetti la band del North Carolina non apparteneva certamente al mainstream italiano, ma il loro sound punk-country merita certamente un ascolto.

Come non citare gli Offspring e il loro quarto lavoro, Ixnay on the Hombre. Album decisamente bello, da sentire, da suonare, da risentire e, soprattutto pietra miliare di un genere; ritmi punk-rock che difficilmente stancano. Da mettere in macchina in loop!

Nel 1997 esordivano anche i Days Of The New, band statunitense di Charlestown, Indiana, di chiara influenza grunge. Anche in questo caso la diffusione in Italia è stata limitata ma chi si è appassionato particolarmente al Seattle Sound sicuramente sa di cosa parlo. Curiosità: i  Days Of The New, dotati di un certo senso dell’umorismo, hanno prodotto 3 album in studio, tutti chiamati appunto  Days Of The New, oltre ad un album live e ad una raccolta, anche queste chiamate  Days Of The New ( live Bootleg) e Days of the New: The Definitive Collection.ù

Nel 97 usciva anche il secondo album in studio per i Deftones, Around the Fur.  L’album è stato particolarmente apprezzato dalla critica, così come dai fan che lo considerano uno dei migliori lavori della band capostipite del Nu metal. Tratti più melodici del precedente lavoro, senza tuttavia perdere l’energia che caratterizzava il gruppo di Sacramento., caratteristiche perfettamente rappresentate dal singolo Be Quiet And Drive (Far Away)

 

Come non ricordare in fine il debutto dei Creed con il loro My Own Prison. Ok i Creed divdono abbastanza, o li ami o li odi. Io personalmente li amo;  amo il sound, le linee di basso, e la voce di Scott Stapp. Anche i Creed attingono a piene mani dal pozzo del Grunge, del resto come ogni band che iniziava a suonare negli States alla metà degli anni 90, rivisitando tuttavia lo stile con un suono più duro di derivazione metal.

Uscendo dal panorama statunitense, il 1997 è anche l’anno di uscita del terzo album degli Oasis: Be Here Now. Nella seconda metà dei 90, se gli Stati Uniti non possono non essere associati al Grunge, l’Europa è strettamente collegata all’alternative rock inglese, massimamente rappresentato dall’eterno dualismo Oasisi, Blur. La band di Manchester era attesa in maniera spasmodica dopo l’eclatante successo dei due primi lavori (Definitely Maybe e (what’s the story) Morning Glory?). Album più ricercato dei precedenti, ha decisamente convinto i fan giudicando le vendite; accolto con pareri alterni dalla critica. In ogni caso un’altra pietra miliare del genere.

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Parlando di alternative inglese e tormentoni MTV, come non ricordare Urban Hymns dei The verve e il peculiarissimo video di Bitter Sweet Symphony. Su, chi non ha provato (o immaginato di provare) a replicare la camminata a spallate  di Richard Ascroft ! Non il pezzo che amo di più in assoluto, ma certamente un must da citare.

L’elenco sarebbe ancora infinito e, mai come in questo caso, chi più ne ha più ne metta. Io concludo doverosamente con un gruppo sopra richiamato: i Blur che nel 1997 uscivano con il proprio disco omonimo. Il lavoro è apprezzabile dalla prima all’ultima traccia. Qui però, inevitabilmente, vorrei ricordare Song 2, non tanto e non solo perché singolo principale dell’album, ma per il richiamo esplicito (chiamiamolo omaggio se preferite) che il pezzo fa al Grunge e ai Nirvana. Serve altro?

Buon tuffo nei ricordi…ovviamente ogni altra segnalazione è graditissima…

Aggiunta doverosa e su richiesta…ma in Italia? ok ammetto che la musica nazionale non mi ha dato grandi soddisfazioni in quegli anni. Una eccezione però c’è: i Timoria che nel 97 hanno pubblicato il loro sesto album Eta Beta. Cosa dire, il piacere che provo anche oggi ad ascoltare i loro vecchi album è paragonabile solo alla tristezza che mi assale pensando al Renga attuale. In ogni caso Eta Beta è l’ultimo lavoro con la voce storica di Renga, certamente migliore di quella di Omar Pedrini …(un minuto di silenzio….”Angelo”? perchè?..ok ora mi riprendo)…Eta beta…dicevamo…un lavoro maturo, in cui i lati spinosi di 2020 si affiancano ad una discreta voglia di sperimentare e ad una ricerca armonica curata. Se riuscite a non farvi deprimere troppo dal risentire Renga cantare (veramente),  assolutamente da sentire

 

 

 

 

 

 

 

 

Temple Of The Dog: una bella storia di Grunge

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Questa è una di quelle storie che più le racconti, più piacciono; Di quelle che nella mia generazione è conosciuta a memoria (mi perdonerà quindi chi legge cose note), almeno da quelli che ascoltano buona musica, per gli altri direi che è giunto il momento di conoscerla: questa è la storia dei Temple of the dog, e in qualche modo, è la storia del grunge

Siamo a Seattle all’inizio degli anni 90, quando ancora pensando alla città non venivano in mente dottoresse ninfomani e ospedali sfigatissimi in cui è più facile crepare che in mezzo ad una epidemia di peste medievale. Seattle all’epoca era solamente la patria del grunge, che già da qualche anno fermentava proprio partendo dal North-west, anche se perché divenisse movimento planetario e arrivasse in Italia sarebbe servito ancora qualche anno. All’inizio le band si conoscevano tutte, suonavano negli stessi locali, spesso erano la derivazione di scioglimenti di altri gruppi dai quali nascevano incroci di persone e di sonorità che spaziavano dall’ hard rock al punk rock fino all‘heavy methal…insomma un panorama estremamente fluido, fatto di musicisti spesso amici fra loro (panorama descritto nello sfondo di in un film del 1992:Singles – L’amore è un gioco, ambientato proprio in quella Seattle a a cui hanno partecipato con cameo molti musicisti dell’ambiente grunge) .

Una di queste band erano i Mother Love Bon: nati dallo scioglimento di uno dei gruppi capostipite del Grunge, i Green River, nel 1990 i Mother Love Born erano una delle band di riferimento del panorama alternative locale. Il 19 marzo 1990 però, Andrew Wood, cantante del gruppo, senza troppa fantasia, va detto, muore per overdose.

Roommate e grande amico di Wood era Chris Cornell, cantante dei Soundgarden, una delle poche band locali ad aver già firmato un contratto con una major. Chris inizia a scrivere alcune canzoni in memoria dell’amico, una in particolare, say hello to even, che non vuole però cantare con i suoi Soundgarden. Decide quindi di chiamare Stone Grossard e Jeff Ament, membri degli ormai ex Mother Love Bon per metter su un gruppo appositamente per registrare qui pezzi.

Al gruppo si aggiungono anche Matt Cameron , batterista di Cornell nei Soundgarden e Mike McCready, chitarrista con cui Grossard, dopo la fine dei Mother Love, stava costituendo un nuovo progetto.

Il gruppo sarebbe pronto, ma c’è ancora spazio per un elemento: come detto McCready e Grossard stavano lavorando per metter su una nuova band nella quale coinvolsero anche Jeff Ament. Insieme avevano iniziato a scrivere pezzi e cercare un cantante. Danno quindi una cassetta con alcune demo a Jack Irons, ex batterista dei Red Hot Chili Peppers, che la invia ad un cantante conosciuto tempo prima in California. Questi, sentiti i demo strumentali inizia a scrivere testi e raggiunge Seattle, in tempo per unirsi al progetto di Cornell & Co. Ovviamente quel cantante è Eddie Vedder.

I sei iniziano a registrare e quello che ne esce è un album meraviglioso, trainato da singoli come Say Hello To Heaven, emozionante saluto all’amico scomparso, e Hunger Strike, unico pezzo dell’album in cui Eddie Vedder, duetta alla pari con Chris Cornell dando vita ad uno dei brani più belli in assoluto, uno di quelli che sarebbe stato bello vedere live almeno una volta nella vita, per poter assistere alla magia creata quando gli acuti di Cornell fanno da controcanto ai toni caldi e bassi di Eddie Vedder.

L’album vende, e diventa uno di quelli essenziali per gli amanti del genere, ma questo aspetto diventa secondario rispetto altri effetti sulla storia del Rock: I Temple Of The Dog infatti rimangono un progetto tributo e dopo l’uscita dell’album omonimo si sciolgono. Cornell e Cameron proseguono la loro carriera coi Soundgarden, e scusate se è poco…

Gli altri continuano a suonare insieme con il nome di Pearl Jam; di li a poco faranno uscire il primo album, Ten, uno dei più bei lavori d’esordio mai usciti e decisamente album fondamentale della storia del grunge e del Rock tutto, diventando loro stessi una delle band più influenti di tutti i tempi.

Ripensare a quanti incroci, quanti episodi sono stati necessari per giungere alla storia del rock che conosciamo, a volte tristi come la morte di Wood, spesso puramente casuali, rende ancora più evidente la perfezione del tutto.

Peccato solamente che il reunion tour avvenuto lo scorso anno, non abbia sfiorato i palchi italiani, sarebbe stato un biglietto imperdibile…ma la speranza, si sa, è l’ultima a morire.